Il carretto siciliano PDF Stampa E-mail
Scritto da salvatore   
Mercoledì 29 Settembre 2010 07:31

Il carretto siciliano-24 agosto 2003

Il carretto siciliano è diventato un Po’ il simbolo della Sicilia nel mondo. Forse per i suoi colori, che ricordano quelli del sole, forse perché ricordano quella attitudine, tutta siciliana, di attribuire molta importanza al proprio mezzo di trasporto.

Ancora oggi possiamo incontrare delle semplici vetture motorizzate da piccolo trasporto, decorate ed abbellite proprio come dei carretti siciliani.

Le motivazioni, che spinsero a creare il “carretto siciliano” sono quindi ancora vive in una parte della popolazione, perché esso fa parte della identità isolana.

Il carretto siciliano è quindi associabile nell'immaginario collettivo alla Sicilia perché non ne esprime solamente un elemento di folklore, ma ne esemplifica un carattere.

Il carretto, è ricco di decorazioni ed il legno di cui è fatto diventa mezzo espressivo attraverso i dipinti che ne invadono letteralmente la forma e che raccontano, quelle pagine di storia della Sicilia, rimaste più impresse nella memoria popolare e riportano spesso raffigurazioni sacre.

Il legno, in realtà, era di diverse qualità in relazione al pezzo da realizzare: frassino, noce ed abete, ma anche faggio ed olmo.

Oggi la costruzione dei carretti e l'esecuzione dei caratteristici dipinti è continuata con passione solo da pochi maestri “carradori” (carrozzieri), che hanno deciso di trasmettere alle future generazioni l'arte di costruire i carretti, insegnando in alcune scuole per far sì che questa forma d'arte non muoia con loro.

I tipi di carretto siciliano sono essenzialmente quattro e differiscono tra loro per alcuni particolari.

Il tipo Palermitano;

il tipo Trapanese con delle ruote più grandi,

quello di Castevetrano

ed infine quello Catanese, di dimensioni generalmente più piccole.

Il carretto si può definire un'opera d'arte collettiva, in quanto diverse figure contribuivano a realizzarlo.

La costruzione e la scultura di alcuni pezzi del carro erano prerogativa dei mastri d'ascia – che potevano essere mastri d'ascia di opera grossa e di opera fina, ossia gli intagliatori.

Le parti in ferro, siano esse di carattere strutturale che ornamentale, erano pertinenza dei fabbri ferrai (‘u firraru).

Infine la decorazione eseguita con dipinti era eseguita dai pittori di carretto.

Da non trascurare l'apporto di coloro i quali erano preposti alla realizzazione di ricche bardature, come i finimenti ed i pennacchi, che conferiscono al carretto un arricchimento notevole sotto il punto di vista scenografico.

Strutturalmente esso è costituito da la “cassa”, dalle “ruote” e dal piano di carico, o fondo della cassa, formato da tavole di legno montate su dei travetti trasversali.

Il piano era circondato da portelli, e  collegato alle “stanghe” che permettevano l'attacco con l'animale che lo trainava.

Generalmente trainato da un mulo, poteva essere trainato anche da un asino o da un cavallo.

Nella prima metà dell'800, fu avviato un programma che prevedeva la costruzione di strade, come quella denominata: Palermo-Messina Montagne, che giungeva fino a Catania.

La dipintura del carretto, oltre ad avere una funzione apotropaica, era demandata anche a proteggere il legno di cui esso era costituito.

Il pittore eseguiva le decorazioni stendendo dapprima una mano d'olio sul legno grezzo.

Successivamente stendeva uno stucco realizzato a base di creta lipotone e olio di lino, sulle superfici piane e intagliate del carretto.

In tal modo le parti erano preparate per essere dipinte e venivano colorate dapprima uniformemente di bianco, e poi di giallo.

Il disegno poi veniva generalmente effettuato trasferendolo a ricalco dalla velina.

La “figurazione del carretto avveniva con alcuni colori fondamentali: il bianco, il giallo il rosso il blu il verde ed infine il nero che veniva usato per definire i contorni, una volta definita la figurazione. 

Storia del carretto siciliano

Fin dall'antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell'isola.

Dalla caduta dell'impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l'assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l'uso del carro, lasciando così ai "vurdumara", mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli.

La più antica forma di carro in Sicilia è lo "stràscinu" o stràula, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell'interno dell'isola; ma la ruota era conosciuta fin dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il tempio di Ercole e che sono stati cantati da S. Quasimodo nella sua lirica "Strada di Agrigentum". Dantofilo da Enna (II sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro ruote, " il carramattu " ottocentesco, adoperato per trasportare mosti e vini in botte.

La storia del carretto siciliano risale ai primi dell'ottocento, infatti, fino al '700, lo scarso sviluppo delle strade nell'isola aveva limitati i trasporti al dorso degli animali.

Antonio Daneu (critico d'arte palermitano), in un suo saggio, osserva che i viaggiatori della Sicilia del '700 non hanno mai accennato al carretto siciliano perché il carretto siciliano non esisteva e non esisteva perché non c'erano le strade e tutti i commerci e i trasporti nell'isola avvenivano via mare.

E' solo nel 1778 che il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia.

Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette "regie trazzere", non tanto per motivi economici, quanto per ragioni militari.

La prima di queste "regie tazzere" fu la" regia strada Palermo-Messina montagne" che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania.

Erano strade fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli ostacoli delle "trazzere".

La prima descrizione del carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio fatto in Sicilia dal letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897) che rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il suo libro di viaggio.

Egli è il primo viaggiatore che racconti di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, le cui fiancate recavano l'immagine della Vergine o di qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto popolare a quei tempi in Sicilia.

Così dice: " Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l'immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati", porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso". I colori giallo e rosso sono i colori della Sicilia.

Un'altra descrizione è quella del geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l'eruzione dell'Etna: "A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d'arte.

La cassa del veicolo posa sopra un'asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi.

Ciascuna delle pareti esteme del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri.

Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri.

Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant'Agata".

Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo colpi fu proprio un carretto siciliano e lo definisce " un rebus che cammina " per il valore degli elementi decorativi.

" Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati.

Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena. Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l'occhio e la mente e vanno in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere".

Molti critici isolani hanno descritto il carretto siciliano, da G. Pitrè a G. Cocchiara, da Enzo Maganuco ad A. Buttitta.

La realizzazione di un carretto prevedeva una complessa organizzazione del lavoro, in quanto impegnava più gruppi di artigiani con specializzazioni diverse.

I primi tre gruppi sono: i carradori, i carrozzieri e gli intagliatori.

I carradori e i carrozzieri scelgono i vari legni necessari per l'impostazione e la sagoma del manufatto: per la cassa ci vuole il legno di abete, per le altre il faggio, per i raggi delle ruote il frassino.

L'intagliatore smussa gli angoli vivi e li arricchisce di figure, scolpisce le facce delle aste, trasforma i terminali dei barruni (i pioli delle fiancate) in teste di donna o di " pupi ", scolpisce i cunei e i davanzali della cassa e scolpisce la chiave e il pizzo al centro della "casciafusu" che è l'asse portante del carretto.

Il quarto artigiano è il fabbro, a lui sono dovuti "u fusu", cioè l'asse portante del carretto e le parti metalliche della casciafusu, riccamente lavorate; i "circuni", i cerehioni delle ruote e gli "occhiali", cioè gli anelli che servono per attaccare il cavallo alle aste.

Ecco che subentrano il decoratore e il pittore.

Il primo decora con motivi geometrici le superfici della cassa e dei davanzali, il secondo procede prima alla "in doratura" con cui il carretto è trattato con due o tre mani di colore e poi dipinge le fiancate "i masciddara" e tutti gli spazi dove è possibile dipingere.

Tutti i personaggi sono in primo piano, la prospettiva è elementare, sicché le figure risultano bidimensionali, il colore non ha ombreggiature, ne sfumature, è sempre acceso con un effetto bellissimo.

Il settimo artigiano è il fonditore, u ramaturi, egli prepara le boccole, i vìsciuli, che sono due scatole metalliche a forma di tronco di cono e vanno incastrate nei mozzi delle ruote con una lega speciale, composta da 78 parti di rame e 22 di stagno ed hanno un piccolo "gioco", cioè un movimento che produce quel suono caratteristico, senza il quale il carretto non ha nessun valore.

I compratori sono molto esigenti: i carretti, prima di essere acquistati venivano sottoposti a due controlli: alla "resa in tono", per verificare la musicalità del suono delle boccole e alla "Resa in frasca", per accertarsi della buona qualità del legno.

L'ottavo artigiano, l'ultimo, era il pellettiere, che prende nomi diversi a seconda del finimento che prepara per il quadrupede: varduraru e siddaru per il basto, guarnamintaru per i finimenti, siddaru per i pennacchi ed ecco che il carretto diventa "una gala di colori, una esplosione di luce" (S. Lo Presti).

I finimenti, "armiggi", sono vari: ci sono fiocchetti e frange di lana e di seta dai mille colori, piccoli specchi/nastri, piastre, borchie, sonagli e poi i pennacchi, paraocchi, pettorali, cinghiette e poi finimenti speciali.

 Nelle diverse aree dell'isola si distinguono quattro fondamentali varianti tipologiche del carretto:

il tipo palermitano, diffuso nella provincia di Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Trapani.

Gli elementi che li distinguono sono: l'asse delle ruote, incassate in un travetto di legno scolpito e dipinto (casciafusu), ornato di arabeschi in ferro battuto (rabeschi) e sormontato da due mensole di legno; tre pioli suddividono i laterali della cassa, di forma trapezoidale, in due riquadri;

il tipo castelvetranese, diffuso nel retroterra della provincia di Trapani e aree vicine della provincia di Palermo. L'asse delle ruote e le mensole sono simili a quello di Trapani, la cassa con i laterali è simile al tipo palermitano;

il tipo trapanese si distingue per le ruote di grande diametro, sulle fiancate ha quattro pioli che suddividono i laterali della cassa in tre riquadri, sormontata da una barra orizzontale;

il tipo catanese diffuso nella Sicilia orientale, è simile a quello palermitano.

Nei riquadri (scacchi) si possono distinguere cinque generi figurativi: devoto (scene della bibbia o della vita dei santi);

storico-cavalieresco;

leggendario-fiabesco;

musicale (opere liriche);

realistico (scene di caccia o altro).

Il costume di dipingere i carri è documentato in Sicilia a partire dai primi dell'Ottocento, sull'esempio delle portantine, delle lettighe e delle carrozze del Seicento e del Settecento riccamente decorate e dipinte.

Gli elementi di un carretto siciliano

-  u fusu, asse di ferro, a cui si attaccano le ruote;

-  a cascia, ripiano in legno di abete, metri 1,30x1,15 che presenta due davanzali in faggio (tavulazzudavanti e tavulazzu darreri) poggianti su cunei. Ai fianchi reca due sponde, detti masciddara, decorate dal lato estemo e dal lato intemo e sorrette da sei pioli (barruna) ad essi attaccati.

-  L'asti, due stanghe in faggio, fomite di anelli (ucchiali) in ferro per l'attacco dell'animale.

-  I roti, due ruote in frassino, con un circuni di ferro e dodici raggi che congiungono la corona della ruota, in noce, detta curva, col mozzo, che è fermato al fusu mediante un dado a vite detto cannula;

-  I chiavi, le due traverse, anteriore e posteriore, in faggio, finemente lavorate e dipinte;

-  U purteddu, la sponda posteriore, che viene tolta per le operazioni di carico e scarico;

-  I viscidi, le boccole, che vengono inserite nei mozzi e producono il caratteristico suono del carretto;

-  A casciafusu, griglia di ferro attaccata al fusu, riccamente decorata a ferro battuto con fiori, ricami e foglie, che a Catania si chiamano "suspiri" e a Palermo "rabischi" (arabeschi)

Accessori del carretto

-  U rutuni, rete di cordicella, posta sotto il tavulazzu davanti e dove vengono conservati cibi, la botticella del vino, la bonaccia per l'acqua e la bacinella per dare da bere all'animale;

-  U suttapanza, cinghia di cuoio;

-  A coffa, cestino di paglia, attaccato sotto la cascia, per dare da mangiare all'animale;

-   U lumi, penzolante sotto la cascia per illuminare la strada nelle notti senza luna;

-  A catina, per il cane, legata alla casciafusu;

-  L'umbrilluni, per ripararsi dalla pioggia e dal sole.

MASTRU RAIA"- CARRUZZERI E INTAGLIATORE DOC DEL CORSO DEI MILLE

 Att: questo articolo è stato scritto nel 2000

 "Non si può fare un passo nella città di Palermo senza incontrare dozzine di carretti tirati da cavalli, da asini, da muli.

La città ne conta la bellezza di 4758 e quando si celebrano feste in campagna essi sono una vera delizia dell'occhio" (G. Pitrè).

Oggi, i carretti siciliani si ammirano nei musei e nelle manifestazioni folcloristiche.

Un tempo, a Palermo, la via che ospitava molte botteghe artigiane di carretti era il Corso dei Mille.

Intere famiglie vivevano con questa attività: i Ferrara, i Lo Monaco, i Cardinale, i Murdolo.

Di tutte queste ne è rimasta una sola, al civico 147 ed è la bottega di Giovanni Raia, un grande locale che è anche officina di camion, il carretto del XX secolo.

Mastro Raia, nato a Palermo nel 1919, ha la veneranda età di 81 anni, ma il suo aspetto è giovanile e trasmette una carica di simpatia in chi l'ascolta "raccontare" il suo mestiere, che è quello di "carruzzeri" (carrozziere) e intagliatore del carretto siciliano.

Ciò è per lui motivo di orgoglio e di vanto se si considera che è l'ultimo carradore rimasto e dopo di lui né i suoi figli né i suoi nipoti continueranno il suo mestiere.

L'amore per la Sicilia, la passione e il desiderio di far rivivere il passato si leggono nel suo lavoro.

Siamo andati a intervistarlo, l'abbiamo trovato intento al suo lavoro, le sue mani ancora agili ed esperte si muovono sicure sul legno, mentre smussa gli angoli vivi e li arricchisce di figure, scolpisce le facce interne ed esterne delle aste, trasformando i terminali dei "barruni" (i pioli delle fiancate) in teste di donne o pupi; scolpisce la chiave e il pizzo al centro del casciafusu che è l'asse portante del carretto.

Un carretto sta dinanzi la sua bottega ed egli lo descrive in tutte le sue parti, con ricchezza di particolari. È un'esplosione di colori: scene della "cavalleria rusticana" (opera lirica) ricoprono la parte interna delle sponde.

Sulla cassa spicca l'immagine di S. Rosalia, patrona di Palermo e all'esterno delle sponde sono dipinte scene tratte dalla bibbia e da episodi cavallereschi.

Ogni spazio è dipinto con i colori più vivi e smaglianti. Sotto la cassa vi è la chiave che regge le stanghe del carretto, sulla controchiave sono scolpite e dipinte rappresentazioni cavalleresche.

Mastro Raia ci parla anche del segreto delle "cùsciuli", dentro le quali gira il fuso del carretto e questo segreto è il suono che si produce nell'attrito tra il fuso e le cùsciuli.

I carrettieri vogliono che il rumore delle ruote non sia stridente, perciò pagano di più affinché i materiali metallici delle cùsciuli siano a "lega di campana" cosicché le loro cantilene siano più dolci ed armoniose.

Giovanni Raia ha esercitato il suo mestiere fino all'entrata degli Americani in Sicilia fino a quando, dice, c'era molta richiesta di carretti perché servivano per lavorare, poi si è impiegato ai cantieri navali per vivere.

Ora, una volta in pensione ha ripreso l'attività che continuerà fino a che "si sente di lavorare".

Una fase particolare della costruzione del carretto è "a firriatura da rota", l'applicazione cioè del cerehione di ferro nella ruota.

Per questa operazione, che avviene fuori dalla bottega, Mastru Raia si reca a Sant'Erasmo: il cerehione viene fatto riscaldare nel fuoco e poi buttato a mare per due motivi, per farlo raffreddare e perché l'acqua salata fa da incrostazione tra il legno e il ferro.

È un momento, dice, di grande tensione, i movimenti devono essere sincronizzati e veloci.

Gli elementi naturali: ferro e legno, acqua e fuoco vengono così dominati con grande "maestria" dall'artigiano.

La costruzione di un carretto dura in media tre mesi. Il costo di produzione è abbastanza alto se si pensa ai diversi tipi di legno utilizzati, perfettamente stagionati, alla quantità di forza-lavoro e alle varie fasi della tecnica di costruzione.

Mastro Raia, maestro e artigiano, nella sua opera esprime lo spirito creativo di tutto un popolo, regalandoci la ricchezza spirituale del passato.

Per lui, al primo posto è il carretto con i suoi colori e le bellissime decorazioni: un singolare ricamo di legno e di ferro.

Il contatto diretto tra gli alunni e l'artigiano Raia da il chiaro concetto di ciò che è stato e di quanto rimane, di qualcosa cioè che non deve morire.

Il carretto è da sempre il simbolo della Sicilia e della sua tradizione.

Nelle sponde, nelle ruote, nella cassa vi sono i colori del sole siciliano, dello zolfo, delle arance e dei limoni, del cielo e del mare, della lava dell'Etna e dei ficodindia.

Esso rappresenta una sintesi delle civiltà mediterranee che furono presenti nell'isola: i colori arabi, gli arabeschi turco-bizantini, i costumi dei Greci, le cianciane spagnole.

Nelle case degli emigranti, che il destino ha spinto lontano dalla loro terra, non manca mai il suo modellino in scala.

Il carretto siciliano è il simbolo della creatività dell'artigiano, che pur rimanendo anonimo, esprime lo spirito creativo di tutto un popolo.

Alla sua realizzazione partecipano carrozzieri, carradori, intagliatori, fonditori, fabbri, pittori,, decoratori e pellettieri.

Giuseppe Cocchiara, studioso di folklore siciliano (1904-1965) ha definito il carretto siciliano l'opera più caratteristica che l'artigiano abbia prodotto in Sicilia" non solo perché costituisce l'oggetto tipico della Sicilia, come la gondola lo è per Venezia, il colosseo per Roma, il duomo per Milano, ma perché alla sua costruzione concorrono armonicamente otto gruppi di artigiani.

Biagio Pace (1889-1955), studioso e conoscitore dell'anima siciliana, parlando della bellezza e dell'utilità del carretto siciliano ha scritto: "Il carretto ha rappresentato nella Sicilia moderna un elemento caratteristico di bellezza ed un mezzo fondamentale di trasporto, che ha avuto la sua grande diffusione soltanto nel secolo scorso".

 Altre notizie

Il carretto siciliano nasce nella seconda metà circa del 1800, al fine di trasportare merci e oggetti non eccessivamente pesanti dalle campagne alle città, dalla costa all’entroterra della Sicilia.

La diffusione di tale mezzo si ha con l’intensificarsi delle comunicazioni tra campagne e centri cittadini.

Solo più tardi si comincia a dipingere il carretto, perchè ci si rende conto che è necessario proteggerlo dal sole e dalla pioggia sia durante i viaggi, sia quando viene lasciato fermo fuori casa.

Il carretto è principalmente costituito da una piattaforma con due sole sponde, e due grandi ruote alle quali sono attaccate due aste che vengono poi legate all’animale da traino.

All’inizio del 1900 la manifattura del carretto siciliano diviene lavoro di squadra di 6 artigiani: il carradore, l’intagliatore, il tornitore, il fabbro, “u’ usciularu”, il pittore.

Tutto ciò però dura poco... difatti, con l’uso sempre più diffuso dell’automobile, il carretto siciliano scompare quasi del tutto.

I nomi delle diverse parti del carretto derivano dai nomi (in dialetto siciliano) di alcune parti del corpo umano.

Le parti che compongono il carretto siciliano vengono lavorate, perfezionate e assemblate in modo esclusivamente artigianale, e possono essere ricavate dai seguenti tipi di legno:

noce: per la corona, il mozzo delle ruote, le sponde ed i travetti;

frassino: per i pioli;

faggio: per le mensole e le stanche;

abete: per tutto il resto.

Il “classico” carretto siciliano è sempre dipinto con colori accesi come il giallo, il rosso, il verde, l’arancione, l’oro e l’argento, ed è decorato con disegni che possono rappresentare scene dalla tradizione dei Paladini di Francia, dalla storia in generale, dalla cronaca, dalla mitologia, caratteristiche figure siciliane, paesaggi e simboli della stessa Sicilia.

Il quadrupede che traina il carretto è addobbato a festa, ornato di piume, pennacchi, frange rosse e gingilli dorati, campanacci argentati, corone, tessuti dai colori sgargianti.

Ora troviamo i carretti siciliani solo nei musei, nelle sfilate delle sagre paesane, nei negozi di souvenir, ed è sempre più raro poterne vedere uno originariamente artigianale, perché oggi sono veramente pochi i maestri artigiani che continuano questo lavoro, e lo fanno per un pubblico di nicchia.

Qualche sponda adorna i salotti o le bancarelle delle feste. Il carretto siciliano, dunque, è semplicemente relegato ad una funzione decorativa, ma è comunque uno dei più significativi ed espliciti simboli della terra di Sicilia.

Chi arti strana ch'è lu carritteri,

passa la vita mmenzu li vadduna,

mmenzu li campi e mmenzu li stratuna,

espostu sugnu mmenzu li latruna.

Trotta cavaddu, trotta cu primura,

nta n'ura l'àmu a fari sti muntati,

nta n'ura l'àmu a fari sti muntati,

àgghiunciri nPalermu a la citati

Calogero Vara, Vallelunga

 

Altre notizie

Il Carretto siciliano (in siciliano carrettu) è un mezzo a trazione equina adibito al trasporto merci, in uso in tutto il territorio siciliano dal XIX secolo fino alla seconda metà del XX secolo, quando divenne obsoleto a causa della crescente motorizzazione del lavoro nelle campagne.

Costruito con diverse qualità di legno, spesso fregiato da intagli bucolici e sgargianti decorazioni pittoriche, al giorno d'oggi è divenuto oggetto d'arte artigianale, nonché uno dei simboli dell'iconografia folcloristica siciliana.

Struttura: il carretto è composto

-dal fonnu di càscia, cioè il pianale di carico prolungato anteriormente

-e posteriormente da due tavulàzzi,

-sul quale sono montati parallelamente due masciddàri (dal siciliano mascidda, "mascella") ovvero le sponde fisse del carretto,

-e un puttèddu (portello posteriore) removibile per agevolare le operazioni di carico e scarico.

-Ogni masciddaru è suddiviso equamente in due scacchi (i riquadri in cui vengono dipinte le scene),

-nel putteddu invece vi è uno scacco centrale fra due scacchi più piccoli.

-Gli scacchi sono divisi da un segmento verticale che congiunge i pannelli al fonnu di cascia:

-6 in legno chiamati barrùni equamente divisi fra masciddari e putteddu,

-due in metallo denominati centuni presenti solo sui masciddari.

-Questa sezione "contenitiva" sormonta il gruppo portante del carretto chiamato traìno,

-il quale comprende le aste

-e la cascia di fusu, a sua volta costituita da una sezione di legno intagliato sormontata da un arabesco di metallo.

Nei carretti alla patrunàli meno pregiati, la preziosa cascia di fusu viene sostituita dalle balestre.

Fra le aste sotto i tavulazzi vengono montate due parti in legno chiamate chiavi, una anteriore ed una posteriore. La prima altro non è che una semplice barra ricurva, la seconda invece consiste in un bassorilievo intagliato rappresentante una scena, solitamente cavalleresca, che può assumere diversi gradi di pregevolezza.

Ciascuna delle due ruote è composta da 12 raggi definiti in siciliano iammòzzi (iammi, "gambe") che congiungono il mozzo al cerchione, spesso arricchiti da intagli a fitte sezioni parallele (impòsti) o addirittura soggetti scolpiti quali fiori, aquile, sirene, o teste di paladino.

Stili del carretto

Il carretto assume caratteristiche diverse a seconda della zona in cui viene prodotto.

Nel palermitano il carretto presenta sponde trapezoidali, una tinta di fondo gialla e decorazioni prevalentemente geometriche. I temi rappresentati sugli scacchi variano tra cavalleresco e religioso, realizzati nelle tonalità basilari del rosso, del verde, del giallo e del blu, le sfumature sono ridotte all'essenziale e la prospettiva bidimensionale. Spesso nel palermitano le balestre sono preferite alla cascia di fusu, intagli e pitture mantengono l'aspetto naif tipico del carretto siciliano.

Nel catanese le sponde sono rettangolari, la tinta di fondo rossa come la lava dell'Etna e gli intagli e le decorazioni si presentano più ricercati e meglio rifiniti, allontanandosi dallo stile semplice del palermitano per ricercare una raffinatezza maggiore. nelle produzioni più moderne i quadri contemplano la tridimensionalità prospettica, la gamma di tonalità si arricchisce e le sfumature e i chiaroscuri si fanno più incisivi.

Meno conosciuto è lo stile ragusano, in cui il carretto presenta una struttura simile al catanese, riprende il rosso come colore di fondo, ma nelle tonalità si distingue per la sua caratteristica gradazione scura. Le pennellate, sia nei quadri che nelle decorazioni, sono caratterizzate da un tratto netto, "istintivo", in contrapposizione alla ricercata pennellata sfumata del catanese.

Esiste anche uno stile trapanese, che però non ha raggiunto la stessa diffusione del palermitano e del catanese.

 

Le maestranze del carretto

Sono ormai rari i maestri (mastri) che mantengono vivo il carretto siciliano.

Alla sua realizzazione partecipano diversi artigiani, ciascuno col proprio mestiere.

La prima fase è competenza del carradore, colui che costruisce il carretto e ne intaglia i fregi.

Altro compito importante del carradore è la ferratura della ruota, pratica particolarmente pittoresca.

In provincia di Catania, a Belpasso, lavora "l'ultimo carradore", il maestro Alfio Pulvirenti, che applica ancora l'arte del legno tramandata dai suoi avi maestri.

La seconda fase è affidata al fabbro, che forgia le parti metalliche quali i centuni, le estremità delle aste e il pregiato arabesco della cascia di fusu.

Quando la costruzione del carretto è ultimata il lavoro passa al pittore, che veste il carretto di colore e vivacità.

Egli esegue inoltre i quadri rappresentanti le gesta cavalleresche, mitologiche, storiche o romanzesche che caratterizzano il carretto siciliano.

Patria indiscussa del carretto siciliano è la cittadina di Aci Sant'Antonio (CT), che vanta il nome di pittori di carretti quali Domenico di Mauro e Nerina Chiarenza.

empre in provincia di Catania, a Riposto, opera un giovane mastro pittore, Damiano Rotella, che custodisce la pittura catanese.

A Ragusa lavora il maestro Biagio Castilletti, che fra l'altro applica un altro mestiere relativo al carretto in via di estinzione: il bardatore, colui che produce le bardature dei cavalli.

Il carretto siciliano, sebbene in via di estinzione, esiste ancora.

A Canicattì in occasione della festa del Santissimo Crocifisso che si celebra il 3 maggio, si svolge una manifestazione: "La Rietina" dove sfilano per la città decine di carretti siciliani tradizionali.

A Terrasini, in Provincia di Palermo, esiste un "Museo del Carretto Siciliano".

A Vizzini e a Trecastagni annualmente si organizzano sfilate dedicate al carretto siciliano.

Lo si può trovare ancora nei centri storici della Sicilia come attrattiva per turisti, durante eventi popolari quali sfilate, esposizioni e feste pubbliche, nelle cerimonie folcloristiche e, soprattutto, nelle botteghe degli ultimi artigiani del carretto.

 

Altre notizie

 

IL CARRETTO (a cura di Tobia Rinaldo

 

Tra le molte cose belle già appartenute al più vivo folklore siciliano, il carretto rappresenta indubbiamente l'espressione più caratteristica del costume storico e tradizionale degli isolani.

 Assurto a simbolo emblematico delle contrade, grazie soprattutto alla fastosità esteriore del suo insieme ed alla ricercata rappresentazione di certi fatti storico-mitologici o sociali o religiosi, negli ultimi tempi ha ceduto definitivamente la strada ai più quotati mezzi veloci di locomozione, ma è salito graziosamente sui comò, sui tavoli e nelle vetrine di mezzo mondo, divenendo oggetto di souvenir e, intero o in pezzi originali, anche raro elemento da collezionismo, rappresentativo di una Sicilia in corso di estinzione. Vano ricercare la data di nascita del carretto siciliano.

Le intuizioni di alcuni studiosi escludono categoricamente una sua origine antichissima.

Una derivazione ben precisa, comunque, la si può trovare ed individuare nella varietà e vivacità della pittura, nella violenta policromia dei suoi colori, retaggio della grecità classica, e nella decorazione fortemente emotiva in cui i soggetti psicologici e mitizzanti sono sapientemente e artisticamente collocati in una disposizione che richiama per molti aspetti l'eredità araba e medioevale.

Ma più che indagare sulla sua data di nascita, più significativo ci appare mettere in risalto la sua figuratività, per capire l'indole e l'animo della più umile gente di Sicilia, e attraverso essa anche una parte di certa storia di popolo, scritta giorno su giorno come ricerca e necessità di sopravvivenza.

 

Cenni storici

 

Nato come mezzo di trasporto per le accidentate strade del meridione, fu spesso anche bottega ambulante di vendita e persino casa. spoglio di figure e coperto solo da una verniciatura che aveva valore protettivo. anche se i ricchi a quel tempo usavano decoratissime portantine, splendide carrozze e artistiche lettighe, appare improbabile che la pitturazione dei popolari carretti siciliani abbia voluto imitare lo sfarzoso costume patrizio perchè, sostiene il Buttitta "esso viene a determinare un fatto autonomo della cultura popolare, in quanto risultato dell'elaborazione in sede artigianale di motivi pittorici e di elementi culturali tradizionali del popolo". prima dell'800, infatti, esso mancava totalmente di ogni decorazione e le prime figurazioni colorate apparvero alle sue fiancate solo più tardi, per lo più ispirate a scene della vita dei santi, tra cui il tradizionale San Giorgio di normanna memoria, San giuseppe e la Madonna col Bambino.

Fino alla prima metà dell'800, il carretto siciliano si coprì di figurazioni appena abbozzate, rappresentante frutta e fiori dipinti con sgargianti pennellate di rosso e giallo, due colori fondamentali nella coloritura di tutti i tempi, tanto da sopravvivere assieme al blu fin ai nostri giorni.

Nel 1860 i picciotti siciliani al seguito di Garibladi, per trasportare i cannoni usavano i carretti festosamente dipinti con scene epiche e mitologiche, con figure di santi o bibliche e con episodi dell'epoca nazionale.

Fu quindi principalmente attorno all'inizio dell'800 che il carretto siciliano si diffuse in tutta l'isola, favorito dall'apertura di nuove strade. ma essendo queste insicure per il rischio di agguati o per il pericolo di calamità naturali, ogni carrettiere volle che il suo carretto fosse istoriato con scene della vita del suo santo patrono e con i simboli di scongiuro.

Quando poi il contadino massaro, pur non giungendo alla iattanza dei signorotti, volle far notare il suo raggiunto stato di benessere, pensò di fare costruire e dipingere il proprio carretto in modo che nessuno spazio libero rimanesse e tutto in esso sprigionasse colore.

Maestri artigiani di grande valore rifiorirono un po' dovunque e alcuni raggiunsero una popolare notorietà. artisti famosi si cimentarono nel disegno, nella pittura, nella scultura e nel ferro battuto, raggiungendo traguardi d'arte.

 

Forme e colori

 

La forma del carretto siciliano appare pressoché simile in tutte le provincie dell'isola, tranne che nelle provincie di trapani e in provincia di Palermo, dove si distingue, tra l'altro, per la svasatura degli sportelli laterali, che sono invece rettangolari in tutto il resto della Sicilia.

Il carretto "Trapnese" propriamente detto ha, inoltre, le fiancate laterali più alte e sormontate da sbarre verticali legati insieme da un'asse longitudinale, mentre su ogni fiancata sono dipinte tre scene. materialmente più pesante (nemmeno le ruote più alte riescono a ingentilire la sua sagoma massiccia e grossolana) è quasi liscio in ogni sua parte se si eccettua qualche movimento in linea in taluni pezzi: si può dire che rappresenti la durezza dorica di contro ala dolcezza jonica realizzata nel carretto di tutte le altre contrade.

E’ ampiamente diffuso da Campobello di Mazara, attraverso Mazara, Marsala, Paceco e altri centri minori, fino a Trapani, ma sempre sul filo della costa.

Nella rimanente parte interna della provincia domina invece il carretto di Castelvetrano, dove un'antica e gloriosa tradizione artigiana, sulla scia dei grandi maestri palermitani, vanta ancora artefici valentissimi.

Alcuni tipi di carretto si distinguono da inconfondibili caratteristiche locali, il più "povero", ad esempio, è colorato a tinte unite con qualche decorazione negli scomparti delle fiancate: teste di contadinelle, l'Etna, il Monte Pellegrino, i Faraglioni di Acitrezza, ballerinette, cestini di fiori o frutta, suonatori di tamburello, grappoli d'uva, fette di melone, oppure molti personaggi della "Cavalleria Rusticana", immagini di Santi, o piccole vedute panaoramiche.

In provincia di Catania, questo tipo di carretto è regolarmente dipinto in grigio o celeste cupo con filettatura ora in verde e ora in rosso cinabro, oppure tutto in giallo o in marrone scuro con filettature, rispettivamente in grigio o in giallo; il fondo della "cassa" in rosso fuoco.

A Palermo, invece, e in tutta la provincia, ad eccezione di Monreale, è tutto colorato in giallo-oro con decorazioni in rosso cinabrino: i colori tradizionali del Comune.

A Monreale e Vittoria prevalgono i carretti interamente dipinti in rosso lacca con filettature di vario colore, sopratutto il giallo, e con le consuete decorazioni.

Un particolare curioso si riscontra infine nei carretti del ragusano, che si riconoscono all'estremità delle aste dove spicca, leggiadramente intagliato, il cigno di Lohengrin.

Tutto l'opposto del tipo "povero" accennato, è il carretto "padronale" costituito in legno di noce, frassino e abete, intagliato in ogni parte e verniciato a spirito, di cui si servivano generalmente nella Sicilia Orientale i "massarotti" (ricchi fattori) per distinguersi dai carrettieri.

A volte le fiancate, oltre a essere intagliate, sono anche dipinte a vivaci colori, e questa è la più grande sciccheria.

 

La Pitturazione

 

Ormai completo in tutte le sue parti, il carretto viene portato dal pittore (u' pitturi).

E' qui che si veste di luce, che in una fantasmagoria di colori e scene da "Mille e una notte" si completa il miracolo della sua creazione.

Ma il lavoro procede lentamente, diciamo così, per gradi; giacché, prima che intervenga il vero lavoro.

 

Il ferro battuto

 

Una delle più importanti componenti artistiche del carretto è rappresentata dall'inserimento di pregevoli elementi in ferro battuto.

I lavori, realizzati da valenti maestri fabbri e forgiati sul focolare della fucina, consistono nella realizzazione di fregi e figurazioni che nello stile arabo sono chiamati "rabischi".

I suddetti pezzi assumono sotto le mani esperte degli artisti di questo tipo di lavorazione artigianale, le forme più varie, quali ad esempio: testine umane o di animali, paladini del ciclo carolingio, personaggi della "Cavalleria Rusticana" o dei "Vespri Siciliani", contadinelle, ballerine, soli, lune, stelle, santi, frutta, farfalle, fiori, foglie ecc., e sono completati don arabeschi sempre in ferro battuto, per essere successivamente dipinti in vari colori nel carretto tradizionale e in nero nel carretto "padronale" in noce.

I pezzi così realizzati vengono poi montati in alcune parti ben definite del carretto, quale la "Chiave posteriore" (chiavi d'arti) che viene arricchita con composizioni in ferro battuto che a volte, da sole, rappresentano un'intera storia: e inoltre, nei "Pioli" (Barruna), che vengono adornati con "rabischi" in ferro, ed infine sulle "Sponde del carretto" (Masciddara), sulle quali vengono applicati questi artistici e preziosi manufatti forgiati col ferro.

 

Finimenti e armamenti del Cavallo da Carretto "Armiggi"

 

BASTO O SIDDUNI (dietro sella)

 

Viene posto sulla schiena del cavallo e sullo stesso vengono montati altissimi pennacchi realizzati con penne di pavone e piume multicolori, oltre a ciondoli, specchietti e tintinnanti sonagliere. alcuni carrettieri usano mettere ai lati del "Basto" paladini e Santi in metallo e legno.

 

PETTURALI (Petorale)

 

E’ interamente ricamato e bardato con frange, fiocchetti di lana, pon-pons, ecc.

Qualche "pettorale" viene pure realizzato con imbottiture, per maggiore risalto ai soggetti rappresentati.

 

PISTULERI (Copricatene)

Viene agganciato tra il carretto ed il Pettorale del cavallo stesso allo scopo di coprire le catene.

Il Copricatene viene realizzato su base di cuoio rinforzato e viene abbellito anche con personaggi a rilievo, pitturati e/o ricamati.

 

 

TISTERA (Testiera)

Viene realizzata come per il basto con penne pregiate e piume colorate. la stessa viene utilizzata per adornare la testa del cavallo.

 

PAROCCHI (Coppia di schermi realizzati in cuoio)

 

Essi vengono fissati alla testiera a lato di ciascun occhio del cavallo, allo scpo di non farlo imbizzarrire o adombrare.

I paraocchi vengono foderati con stoffa e poi ricamati nelle parti esterne con vari fantasiosi motivi.

 

CAVIZZUNI (Morso)

 

Costruito in ferro, viene posto al muso del cavallo ed attaccato alla testiera. a questo sono collegate le redini di cuoio.

 

FANTALI (Grembiule)

 

Generalemte è dipinto a mano o ricamato. lo stesso viene adornato con campanelline, bottoncini, fiocchi di lana, ecc. Qualche esemplare è stato realizzato anche con stoffe di seta ricamate in oro e argento; altri con foglie d'argento riportanti soggetti a sbalzo. Il grembiule viene attaccato al pettorale.

 

SUPRACOZZU (Sopra Collo)

 

Viene utilizzato per arricchire l'armatura del cavallo. lo stesso è realizzato con gli stessi materiali utilizzati per il pettorale, al quale viene agganciato

 

CUDDERA (colliera)

 

Anche quest'armamento viene realizzato con cuoio e stoffe lavorate.

La colliera viene posta sulla criniera del cavallo per completamento dell'abbellimento.

 

 

SUTTAPANZA (sottopanciera)

 

Viene realizzato in cuoio e dispone di due fibbie che servono per legare il cavallo al carretto e per tenere ferma la sella.

Il sottopancia riporta, generalmente, decorazioni varie, qualche volta anche in stile arabo e normanno.

 

CUDERA (Colliera)

 

Viene posta sulla parte posteriore del cavallo e collegato al basto mediante catene. anche quest'accessorio è di cuoio, foderato con stoffe e arricchito con fregi vari.

 

GRIPPERA (Finimento delle gambe)

 

Serve per la vestizione degli arti del cavallo.

Questo finimento viene curato con attenzione dal carrettiere, che pur di abbellire al massimo il proprio cavallo non trascura neanche di infiocchettarne le gambe con nastri, cianciane e ciondoli vari.

 

Il carretto siciliano nelle sue componenti

 

CASCIA I FUSU (Supporto per l'asse delle ruote)

 

Supporto posto sotto il piano del carro, nel quale vene fissato l'asse delle ruote. esso è scolpito a bassorilievo e contiene varie figurazioni.

 

MASCIDDARA (Sponde laterali)

 

Sono realizzate preferibilmente con legno di noce nel ragusano. nelle stesse vengono generalmente rappresentate due scene inserite in una cornice a bassorilievo. contengono, inoltre, fregi vari, quali ad esempio: soli, lune, stelle. angeli, santi, frutta, rosette o fiori vari, foglie, nodi, treccioli, ecc. le istoriazioni degli scacchi rappresentano generalmente la vita dei santi, tra i quali il tradizionale San Giorgio (patrono dei carrettieri), San Giuseppe e la Madonna con il Bambino, nonché personaggi dell'epopea garibaldina, del ciclo carolingio o normanno e delle opere liriche popolari, quali la cavalleria rusticana ed i Vespri Siciliani. ogni scacco riporta il titolo della scena rappresentata.

 

 

PURTEDDU (Portello)

 

Sponda posteriore e/o anteriore del carretto. viene realizzata, nella maggio parte dei casi in sintonia con le laterali e contiene varie istorazioni

 

CASCIA I CARICU (Piano di carico del carretto)

 

Viene usato per trasportare merci o persone. Misura mediamente m 1,25 X 1,00 ed è costruito in legno d'abete dipinto con immagini varie e multicolori.

 

TAVULAZZU (Tavolato)

 

Tavole poste davanti e dietro il piano di carico. in quelle davanti occupa posto il carrettiere. sono realizzate preferibilmente in legno di noce del ragusano e verniciate in sintonia con i colori del carretto

 

CUGNA (Cunei)

 

Sono realizzati in legno pregiato e servono a sostenere i due "Tavullazza"

 

BARRUNI (Pioli)

 

Sono posti attorno alle sponde del carretto. gli stessi sono scolpiti a bassorilievo con fregi vari, quali: testine umane, paladini, contadinelle, ballerine o animali e sono completati con arabeschi di ferro dipinto.

 

 

ASTI E MURI D'ASTA (Stanghe)

 

Vengono costruite preferibilmente in legno di faggio e misuano in lunghezza circa m. 3,30.

Le stesse sono munite di due ganci terminali in ferro (occhi d'asta) che permettono l'attacco del cavallo.

Le stanghe sono scolpite con fregi vari e vengono pitturate multicolori. nella parte posteriore dispongono di due "caffe" in ferro per proteggerle dagli urti.

 

GHIUMMAZZEDDA (Traverse)

 

Generalmente il carretto ne dispone in numero di cinque: tre sono dette quelle principali e due di rinforzo. le traverse sono poste tra il piano di carico e le aste.

Quella centrale è collegata alla ferratura delle sponde laterali del carretto.

 

CHIAVI D'ARETI (Chiave posteriore)

 

Il carretto dispone di due chiavi posteriori.

La prima chiave (Chiavi mastra) è posta dietro la seconda e si compone di un pannello realizzato in legno intagliato o traforato rappresentante scene di ogni genere, in questa chiave vengono indicati, il più delle volte, i nomi dello scultore e del pittore che hanno realizzato il carretto.

La seconda è posta davanti alla prima, a protezione della stessa. essa è realizzata con fregi e figurazioni in ferro battuto dipinto, che vengono chiamati "rabischi"

 

CHIAVI D'ASTA, O DAVANTI (Chiave anteriore)

 

Serve per agganciare il Saccone "Rituni" ed è realizzata in legno pitturato, quesi sempre senza figurazioni.

 

ROTI (Ruote)

 

Generalmente sono a dodici raggi "Jammuzzi" ed in legno di frassino. i raggi sono incastonati in sei curve di legno di noce. le ruote sono intagliate e dipinte con fiori, figure umane o di animali, testine di angioletti, ecc.. le ruote sono dotate di cerchioni in ferro piatto che misurano generalmente cm 15 X mm 15.

 

MOZZI O MAIOLA (Mozzi delle ruote)

Sono costruiti preferibilmente in noce nel ragusano.

Gli stessi vengono intagliati e dipinti con vari colori

 BUCCULI O BISCIULI (Boccole)

 

Hanno forma conica e sono realizzate mediante fusione. le stesse vengono applicate all'interno, nella parte terminale delle ruote. le boccolo sono state concepite per produrre un suono di tipo "argentino". per la loro fusione viene utilizzato lo stesso sistema utilizzato per la realizzazione delle campane (78 parti di rame e 22 di stagno), in quanto devono produrre quel suono tipico che contraddistingue l'accompagnamento delle nenie solitarie intonate dal carrettiere durante i suoi lunghi viaggi

 

TIRATURI (Tiranti)

 

Servono a collegare la cascia i fusu e chiavi d'asta.

Sono costruite in ferro e ad essi vengono pure agganciate le catene del pettorale del cavallo.

 

STAFFA (Pedana)

 

E’ posta sul lato destro del carretto e serve per salire sullo stesso

 

RITUNI (Saccone di corda a rete)

 

E’ situato sotto il piano di carico e può contenere oggetti vari, quali: padella, striglia, brusca, testale, merenda, barilotti di vino, ecc.

 

LUMI (lume

 

E’ agganciato generalemnte al piano di carico

 

 

PORTA UMBRELLA (porta ombrello)

 

E’ posto vicino al saccone ed è realizzato in legno pitturato, raffigurante vari soggetti, quali ballerine, paladini, santi ecc...

 

Attivita Toto Mirabile




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