2° Circolo Marsala PDF Stampa E-mail
Scritto da salvatore   
Mercoledì 29 Settembre 2010 17:27

 

2° CIRCOLO DIDATTICO  STATALE DI MARSALA

( Bambini della Scuola dell’Infanzia)

Dirigente Scolastico Prof.ssa De Bartoli Giovanna

Marsala, lì 22/05/2009

Il ruolo attuale del museo

Il ruolo attuale del museo va inquadrato e letto all'interno della più ampia problematica sulla "organizzazione della cultura", al fine di evitare non solo la vecchia idea dell'istituzione ottocentesca, ma anche la fuorviante illusione del tanto in voga "effimero".

In uno scenario contraddistinto dall'esigenza di tutela e valorizzazione, sia nel senso di memoria storica, sia per fini di sviluppo turistico, dalla maturazione velocissima di larghi strati della popolazione, che ha determinato una forte richiesta di partecipazione ai fenomeni culturali, e dall'attenzione crescente dei media per il nostro patrimonio, il tema della conoscenza dei beni culturali e del museo non è più monopolio degli addetti ai lavori, ma diviene materia di riflessione e di concreta operatività nel mondo della scuola e, in generale, in ampi segmenti della società civile.

Se, fino ad un recente passato, i compiti istituzionali di un museo erano quelli della raccolta, della conservazione e della valorizzazione dei materiali, oggi queste sfere operative non esauriscono la propria azione entro un ambito ristretto: si precisano e si ampliano, infatti, le funzioni connesse alla realizzazione ed alla produzione di iniziative culturali, nonché alle attività con caratteristiche di servizio che spaziano dal pubblico scolare a quello adulto, offrendo una vasta gamma di opzioni all'interno (attività sperimentali, gioco - apprendimento) e all'esterno dell'istituzione ("museo non museo , museo fuori del museo"). Ciò contribuisce a trasformare il museo da oggetto a soggetto attivo dei processi culturali e dei progetti di intervento.

Il potenziamento e l'affinamento delle attività di conservazione e di valorizzazione alimentano le funzioni, altrettanto importanti e necessarie, di studio, educazione e promozione culturale ai diversi livelli della società: cosi il "museo degli oggetti" diventa il "museo dei concetti".

Questa nuova politica gestionale, che trae origine dal processo di profonda revisione e riqualificazione della struttura museale, ha animato, sin dall'inizio, l'operazione di ristrutturazione del Museo sulla base della precisa convinzione che tale struttura debba aprirsi al territorio, ovvero proiettare all'esterno un programma ricco e polivalente, capace di contribuire dinamicamente allo sviluppo culturale: il superamento della struttura "contenitore" si attua con la realizzazione di un luogo operativo e informativo, sede di più attività parallele, punto di incontro sociale o di espletamento di iniziative di interesse collettivo.

Il nostro museo deve oggi configurarsi quale istituto culturale al servizio dei cittadini, un presidio territoriale che deve agire organicamente sulle realtà "minori" (raccolte, aree archeologiche, piccoli musei) esistenti sul territorio: infatti, anche se individualmente non possono assurgere ad una dimensione strutturale di servizio, queste possono acquistare una loro piena identità, all'interno di un unico impianto riaggregante, identificabile nel "museo d'area". La nostra struttura va quindi orientata anche verso il recupero delle zone a carattere turistico - culturale, con particolare attenzione all'ambiente naturale e alle sue risorse, per raccoglierne le testimonianze significative e proporle come strumento di conoscenza della stratificazione storica, valorizzandole nell'ambito di una pianificazione integrata.

Il Museo, ovviamente, è particolarmente adatto a promuovere iniziative in rapporto con le altre istituzioni presenti nel territorio, in piena coerenza con il potenziamento funzionale che le Leggi 142/90 e 127/97 comportano al ruolo della Provincia.

Quando disporremo di locali più ampi e adeguati moltiplicheremo i nostri sforzi, con o senza risorse specifiche: il museo, infatti, ogni hanno ha offerto al pubblico mostre, eventi culturali, dibattiti, iniziative editoriali, iniziative in collaborazione con scuole e università e molto altro ancora.

Se gli amministratori non ci sosterranno, condurremo iniziative con il supporto della collettività che sapremo coinvolgere, così come faceva Antonino Uccello, sollecitando il senso di orgoglio, il sentimento di identità e di appartenenza alla cultura degli iblei.

Infatti, noi vogliamo raggiungere in pieno tutto questo anche nel nostro territorio provinciale e le manifestazioni già organizzate e principalmente l’odierna manifestazione sono l’espressione  vera per raggiungere una cultura antica, permeata anche di solidarietà e di affascinanti proiezioni ideali nel gusto e nello stile.

Beni culturali: lo stato delle cose 

Per quanti lavorano nei musei e sul territorio le novità introdotte dal nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.L 42/2004) sono significative e non eludibili.

La partita del patrimonio culturale si gioca a partire da queste regole.

Si può essere più o meno bravi a giocare, ma le regole del gioco bisogna conoscerle.

In seguito al lavoro di ridefinizione dei suoi compiti e della sua natura giuridica, ratificato nell’Atto di indirizzo sugli Standard (2001), il museo ha assunto nel Codice la qualifica di istituto di cultura che prima non aveva: deve dotarsi di uno statuto e di un regolamento, deve rispettare determinati criteri tecnico-scientifici e avere un’organizzazione e delle professionalità che lo facciano vivere.

Il museo smette di essere uno statico contenitore di oggetti o di collezioni di oggetti: è “una struttura permanente che acquisisce, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio” (art. 101). Questa novità è già stata più volte segnalata.

Sulle prospettive che essa apre conviene insistere. Poiché nel Codice il museo diventa il vero perno della politica di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale nel suo complesso, insieme alle soprintendenze, alle biblioteche e agli archivi.

Questa funzione fondamentale viene assegnata agli istituti della cultura da una serie di articoli che precisano in che modo si eserciti la tutela e la valorizzazione dei beni culturali.

La tutela, definita dal Codice agli artt. 3-5, ha nello Stato il suo fondamentale interprete.

Tuttavia, in forza del processo di decentramento avviato negli ultimi anni, può giovarsi della cooperazione delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali (comuni, città metropolitane e province). Questo principio, pur subordinato alla logica della sussidiarietà e alle procedure gerarchiche disposte dal titolo I della seconda parte del Codice, costituisce una prima sostanziale che sino a oggi è mancato al nostro Paese.

La novità è di particolare rilevanza per il settore demoetnoantropologico.

Le soprintendenze solo di recente hanno accolto nell’intitolazione questa categoria di beni e mancano ancora figure professionali organiche alle strutture periferiche dell’amministrazione statale (il reclutamento ci sarà ma sui numeri non è dato ancora fare previsioni).

Questa condizione comporta il necessario immediato coinvolgimento dell’ormai diffusa rete di musei, in alcuni casi inseriti o in via di inserimento in sistemi museali regionali, nella promozione di iniziative di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio.

Le eccellenze museali (vecchie e nuove) per fortuna nel nostro settore non mancano, e molti piccoli musei etnografici, grazie alla responsabilità e alle competenze dei loro direttori, sono ben disposti nei confronti di una trasformazione in senso istituzionale.

L’attenzione e il fiancheggiamento da parte di Simbdea e di questa rivista nei loro confronti, hanno voluto amplificarne la visibilità coinvolgendoli in un confronto che rappresenta un passo decisivo nel processo di accreditamento istituzionale richiesto dalla nuova normativa. Se ieri eravamo abituati a pensare alla tutela e a demandarne l’esercizio ai soli due grandi storici musei nazionali, oggi c’è da credere che il futuro presenterà un nuovo scenario: soprintendenze, regioni e musei locali congiuntamente impegnati sul territorio a riconoscere e a catalogare, a salvaguardare e a (ri)consegnare alla fruizione pubblica, un patrimonio che non solo gli esperti ma la società civile nel suo complesso chiede di veder messo in valore.

C’è un ottimismo di fondo in questo discorso, che non vuole però eludere il delicato e complesso problema della professionalizzazione delle risorse umane da cui dipendono le buone pratiche museali nell’ambito della tutela. Su questo

fronte l’impegno è tuttavia forte. E da parte nostra si manifesta senza trascurare quel serbatoio di competenze rappresentato dalla diffusa schiera di volontari dediti sul territorio alla promozione e alla patrimonializzazione delle tradizioni locali. Ci muoviamo da sempre sul crinale dei rapporti tra professionisti di museo e volontari e abbiamo trovato diverse convergenze in seno alla Conferenza Nazionale delle Associazioni Museali promossa da Icom-Italia, cui si deve una preziosa Carta delle professioni museali e che il prossimo 4 dicembre si riunirà a Verona per discutere di volontariato.

Nel campo della salvaguardia dei beni storico-artistici e archeologici, di sicuro lo Stato vanta un’esperienza difficilmente eguagliabile, a breve o a medio termine, sul piano locale.

Ma il patrimonio culturale non è rappresentato esclusivamente dalle “Belle Arti” e bisogna convenire che l’operato delle soprintendenze, al di là dell’esercizio delle tradizionali competenze, sinora si è rivelato piuttosto inconsistente in altri campi patrimoniali.

L’assoluta indifferenza manifestata nei confronti di altri beni, tra cui il patrimonio demoetnoantropologico costituisce sicuramente sino a oggi il più ignorato, ha prodotto ritardi e guasti che sono sotto gli occhi di tutti: dall’analfabetismo scientifico a quello musicale e letterario, dalle devastazioni del paesaggio al degrado di interi paesi e complessi architettonici considerati marginali, dalla rapina compiuta ai danni delle arti popolari o più genericamente “minori” alla loro selvaggia commercializzazione, fino all’impoverimento della memoria per le tradizioni culturali locali, l’immagine è quella di un Paese appiattito sulle mode del presente o con lo sguardo tutto rivolto al passato, incredibilmente votato all’oblio delle risorse che il patrimonio culturale in senso lato offre per lo sviluppo futuro.

E bisognerà pur riconoscere che se qualcosa è stato fatto per contrastare questa dissennata tendenza alla cancellazione della memoria e delle nostre articolate radici culturali, lo si deve soprattutto alla pervicace azione di isolati agenti locali, il cui impegno civile e la cui competenza hanno per fortuna trovato modo di sedimentarsi nelle esperienze dei centri di documentazione e dei musei territoriali.

Con buona pace di quanti temono l’estensione delle competenze sulla tutela a realtà oggi avviate sulla strada dell’istituzionalizzazione, è proprio a queste energie e tradizioni

che possiamo guardare come a una risorsa per il futuro della società civile.

Gli articoli del Codice dedicati alla valorizzazione (l’intero Capo II del Titolo II) sono in questo senso altrettanto innovatori.

Oltre a sottolineare la cooperazione dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali nelle azioni di promozione e di valorizzazione, aprono un varco al coinvolgimento in queste stesse azioni di soggetti sia pubblici che privati. Il sistema prevede l’affidamento da parte dello Stato, per ragioni di convenienza e opportunità, della gestione di istituti culturali ad altri soggetti pubblici. Ovvero incentiva esperienze, già timidamente e non sempre felicemente sperimentate negli ultimi decenni, consistenti nella concessione in uso di beni o di servizi a società o consorzi di imprese, scelti previo concorso valutativo e poi controllate e coordinate dall’amministrazione pubblica.

Nel primo caso la materia investe direttamente la controversa situazione di alcuni musei statali rimasti fuori dal giro dei grandi poli museali: è il caso, tra gli altri, dei due musei nazionali di etnografia, il museo Pigorini e quello di Arti

e Tradizioni popolari. Nel secondo la questione riguarda sia la promettente frontiera delle fondazioni (il caso del museo egizio di Torino, ma anche del “nostro” museo Guatelli a Ozzano Taro), sia la giungla dei possibili affidamenti

dei servizi aggiuntivi, ultimamente risoltasi in discusse forme di gestione monopolistica del mercato dell’indotto museale.

Il punto è molto delicato e alimenta speranze e timori (di speculazioni, di efficaci forme di gestione, di ambigue imprese commerciali). Il nuovo regolamento del Mibac è un banco di prova delle garanzie che si vorranno costruire attorno all’intera materia. La gestione della tutela e della valorizzazione dipende molto dall’assetto che si finirà per dare al Ministero, cioè dalle capacità di ordinamento e di funzionamento degli ingranaggi centrali e periferici della macchina istituzionale statale.

La bozza di regolamento in cantiere si preoccupa del settore dea esplicitando la creazione di un nuovissimo e da tempo auspicato Istituto centrale per la demoetnoantropologia, cui demandare l’indirizzo politico-culturale e il coordinamento delle diverse azioni normate dal Codice, dunque anche l’indicazione delle regole da adottare per una gestione il più possibile condivisa e coerente del patrimonio, sul piano statale come su quello generalmente territoriale.

La bozza si dimostra invece ancora una volta evasiva sul piano del ruolo che le istituzioni museali di interesse dea dovranno avere nel futuro assetto del Ministero. A parte la riproposta dei grandi poli museali, il regolamento non menziona gli altri musei nazionali, che per il momento sembrano destinati a rimanere in balia del caso.

L’assenza di un pensiero museale, in un’amministrazione statale cresciuta nella convinzione che il museo sia un’appendice di soprintendenza ovvero un’azienda di produzione economica, sorprende e preoccupa insieme. Se c’è un futuro per i musei italiani, e segnatamente per quelli demoetnoantropologici, al momento lo si può dunque intravedere guardando al movimento, dinamico e creativo, dei piccoli e grandi musei locali, che si rispecchiano nel territorio, non smettono di fare ricerca e didattica sperimentale, e misurano il loro ruolo istituzionale con documenti di missione che mirano sia a soddisfare le richieste del pubblico sia a prospettare una crescita del livello di professionalità; con l’ambizione di garantire – nei fatti – una tutela attiva e una migliore valorizzazione del patrimonio culturale.

22/05/2009

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 29 Settembre 2010 17:40
 

Attivita Toto Mirabile




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