Un viaggio Stampa
Scritto da salvatore   
Giovedì 15 Gennaio 2015 16:52
Un viaggio nella natura e nella cultura dei Nebrodi 
attraverso le fotografie di Gabriele Mastrilli
Il lavoro di Gabriele Mastrilli offre lo spunto per alcune riflessioni. Ci si può chiedere, per esempio, se abbia ancora un senso pubblicare fotografie di un territorio studiato e ben documentato da maestri dell’arte fotografica e/o motivati ambientalisti dello spessore di Franco Barbagallo, Melo Minnella, Francesco Alaimo, Nuccio Lo Castro, Alfio Garozzo, Giuseppe Giaimi, Lorenzo Gianguzzi, Alessandro Lazzara, etc. Ora, l’autore di questa nota non s’intende molto di fotografia, né può vantare una particolare dimestichezza con le scienze della comunicazione. Capisce bene, però, che (come la scrittura creativa, la poesia, la pittura, la scultura e la musica) la fotografia è un formidabile strumento del comunicare che, se usato con sapienza e passione, senza sbavature né ridondanze, può disvelare il sentire dell’artista. Ritiene perciò che la documentazione fotografica di un territorio ricco di valori naturalistici e culturali come quello del Parco dei Nebrodi non possa considerarsi mai esaustiva: se l’ultimo romanzo pubblicato in Italia non è stato il capolavoro di Manzoni, e il Falstaff di Verdi nel 1893 ha aperto nuove vie al dramma musicale, c’è da scommettere che quest’area del vecchio Val Demone continuerà a stimolare l’estro creativo di non pochi fotografi adesso in erba. L’opera di Mastrilli, che non è la prima, non sarà, dunque, verosimilmente l’ultima della serie. Ma, poiché l’albero si riconosce dal frutto, è facile azzardare che il giovane autore possa, comunque, lasciare un segno del proprio valore artistico e dell’impegno civile sulla trincea dell’ambiente. Prima di immergersi in questa faticata, Gabriele era già in possesso di una laurea in Scienze Naturali e di una specializzazione in Ecologia e Biogeografia, conseguite a pieni voti con due tesi sperimentali: una sul camoscio d’Abruzzo (Rupicapra pyrenaica ornata), che lo aveva portato a percorrere non solo gli impervi sentieri del più vasto e antico Parco nazionale d’Italia, ma persino quelli statunitensi del Glacier National Park, nel lontano Montana al confine con il Canada, dove ha avuto modo di fotografare lupi, orsi e cervi; l’altra, preparata con il medesimo scrupolo scientifico, su una pianta succulenta esclusiva dell’area mediterranea (Caralluma europaea), presente in Italia solo sull’isola di Lampedusa. Ciò fosse stato ancora poco, nel 2006 Mastrilli ha fondato assieme ad altri due colti e motivati documentaristi ambientali (Angelo Musco e Leandro Armilli) l’associazione Photonature, con la consapevolezza che «un singolo attimo, bloccato per sempre da una foto, possa raccontare più di mille parole» e che, se per qualcuno la fotografia è «un’arte, mezzo di espressione e comunicazione», per loro «la fotografia è molto di più, è un mezzo per rendere questo pianeta un mondo migliore!». La neonata associazione ha già organizzato, di concerto con la Facoltà di Scienze dell’Università di Palermo, una spedizione di studio in Malesia e nelle foreste del Borneo (già tanto care ad Emilio Salgari), per documentare le bellezze dell’esclusivo habitat equatoriale e la cultura del mite popolo dei Penan, la cui sopravvivenza è ormai da troppi anni messa in forse dalla pressione antropica e dal profitto delle multinazionali del legname. Sui risultati della missione l’associazione Photonature ha pubblicato un video e un libro (Sarawak Losing Paradise, edizioni fotograf, Palermo 2007), di cui Mastrilli è stato uno dei curatori, oltre che redattore di un testo, che ad un certo punto (p. 148) recita:
Ognuno di noi, nelle piccole scelte della vita quotidiana ha un impatto con l’ambiente. Lo abbiamo quando scegliamo di usare l’automobile anche quando non è strettamente necessario, lo abbiamo quando non risparmiamo l’acqua o l’energia, lo abbiamo quando decidiamo con quali mobili arredare la nostra casa, con quale legno fare il parquet, quale tipo di carta igienica e stuzzicadenti usare, quando decidiamo se fare la raccolta differenziata o meno e così via. Quello che di solito la gente non pensa è che sono proprio le scelte e le abitudini di ogni giorno che possono fare la differenza, determinando un cambiamento nella domanda e nell’offerta del mercato, oggi attento solo ai guadagni stellari a breve termine. Per la sua preparazione e la robustezza del credo ambientalista, Gabriele Mastrilli si sta conquistando ogni giorno di più nuova attenzione da parte degli Enti gestori delle aree protette siciliane e della stessa editoria specializzata nella valorizzazione delle risorse ecologiche. La speranza è che questo lavoro sui Nebrodi possa fargli compiere il necessario salto di qualità per poter dare il meglio di sé nelle nuove frontiere dell’ecologia del terzo millennio. Le premesse ci sono tutte, d’altronde. L’insieme delle fotografie naturalistiche non documenta solo bei paesaggi, animali, piante, insetti, rettili, anfibi, fiori, zone umide e pittoreschi corsi d’acqua, ripresi dai clic di una macchina fotografica azionata con amore e prontezza di riflessi: racconta pure il passaggio dall’inverno all’autunno, senza saltare le altre stagioni. Un’operazione culturale, questa, che rimanda, forse in modo inconsapevole, ai riti propiziatori del mondo agropastorale, da sempre alle prese con il terrore che l’ordinata scansione delle stagioni possa essere all’improvviso interrotta dal sopraggiungere del Caos. In ogni caso, Mastrilli non si limita a rendere omaggio alla civiltà contadina che ha saputo conservare il prezioso patrimonio ambientale dei Nebrodi, ma documenta anche le variazioni stagionali della natura che, almeno lì, ancora oggi si possono osservare e che, forse, domani non si coglieranno più per i gravi cambiamenti climatici causati dall’incessante saccheggio del pianeta. In buona sostanza, le foto di Mastrilli propongono agli abitanti della città, asfissiati dai gas di scarico, di venirsi a rifare di quando in quando lo spirito nell’area del Parco che, vivaddio, conserva la funzione di grande polmone ricreativo in ogni stagione dell’anno. Animato da queste nobili ambizioni, l’autore ha dato maggior spazio alla natura piuttosto che alla cultura, al mondo vegetale anziché a quello animale; e anche quando ha fotografato un gigantesco Faggio morto, lo ha fatto con la consapevolezza che su quel mausoleo ligneo fioriscono tante forme di vita. Ma valeva la pena di privilegiare la flora, perché nel Parco dei Nebrodi è davvero interessante e varia. Il piano di vegetazione mediterraneo non si spinge oltre i 600-800 metri sul livello del mare. Occupata in gran parte dalle coltivazioni agrarie (uliveti, noccioleti, frutteti, vigneti e rari agrumeti), questa fascia presenta anche boschi (perlopiù a Sughera) e lembi di macchia mediterranea, dominata da arbusti di Oleandro, Lentisco, Mirto, Erica, Euforbia, Palma nana, Cisto rosso, Cisto bianco, Senecio, Fillirea, Caprifoglio, Ampelodesma, Rosa selvatica, Ginestra del carbonaio. Le formazioni forestali a Leccio sono spesso associate a numerosi esemplari di Roverella e Cerro; e raggiungono talora l’alta montagna, che dalla Rocca di San Fratello si spinge fino a Monte Soro. La vegetazione ripariale è predominata da Pioppi, Oleandri, Tamerici e Canne di palude. Il piano di vegetazione supra-mediterraneo, «cuore verde» della catena settentrionale sicula, si estende grosso modo fino ai 1200-1400 metri di altitudine ed ospita le più estese formazioni boschive naturali dell’Isola. Assai interessanti sono quelle del Cerro che, come ha avuto modo di scrivere Francesco Alaimo, è «una specie originaria dell’Europa centro-meridionale, che in Sicilia forma dei complessi boscati puri solamente nel messinese e nel catanese». Si riscontrano in prossimità dei territori di Caronia, Mistretta, San Fratello, Longi, Galati Mamertino, Militello Rosmarino, Cesarò, Capizzi e Bronte. Diffusa è pure, in quest’area, la presenza della Roverella, spesso in associazione con la Sughera, il Leccio e l’Orniello. Il sottobosco è caratterizzato dall’Agrifoglio, dal Prugnolo, dal Biancospino, dalla Ginestra spinosa, dal Sorbo, dalla Robinia, dal Caprifoglio e da varie specie di Felci. Il piano mediterraneo-montano, che si spinge fino ai limiti altimetrici dei rilievi montuosi, è dominato da estese faggete le quali, per dirla con le parole di Aurelio Angelini, «rappresentano un singolarissimo fenomeno fitogeografico, essendo collocate quasi oltre il limite meridionale dell’areale tipico della specie». Oltre al Faggio, si rinvengono numerosi piccoli lembi di formazioni forestali a Cerro, Leccio, Roverella, Sorbo selvatico e le ultime stazioni di rifugio del rarissimo Tasso, l’albero della morte, cui sono spesso associati l’Acero Montano, l’Acero nero e l’Ontano montano. Nelle aree non ricoperte da boschi (fra i 1000 e i 1847 metri del monte Soro) predominano i pascoli di alta quota, sfruttati solo da bovini. Le brughiere «si presentano ora con cotica erbosa densa e compatta, ora con copertura vegetale discontinua, soprattutto nelle stazioni più degradate e nei pendii più acclivi». 
L’opera di Mastrilli si apre con l’immagine di uno scorcio di bosco innevato che proietta l’ombra su un laghetto di rara bellezza. E la neve, come nei paesaggi delle Alpi svizzere, trova abbondante spazio in molte altre fotografie. Ma la neve, si sa, certe volte è anche fonte di disagi inenarrabili. È bianca e fa lu cori nivuru, recita il proverbio. Chi scrive ricorda ancora il panico di cui si sentì assalire nel buio di una notte invernale di una trentina d’anni fa, quando negli ultimi tornanti che da Capo d’Orlando portano a Floresta si ritrovò incautamente a guidare l’auto senza catene su una pista ghiacciata, ritagliata in mezzo a tre metri di neve. Panico di cui, però, riuscì a liberarsi nel momento stesso che apprese dalla viva voce di un vecchio carbonaio di Caronia che, a causa della neve, una volta la «buonanima» di suo padre rimase isolato per quattro giorni nel pagghiaru (capanna di frasche), che lui stesso aveva costruito vicino al fussuni (carbonaia) e, avendo esaurito le scorte alimentari, decise di mangiare le scarpe che portava ai piedi, bollite in un secchio di neve disciolta. Ma «scarpe non erano», chioserebbe giustamente Vincenzo Consolo, bensì zampitti di cotiche pelose di suino nero dei Nebrodi, «a forma di barchetta, la punta sulla prora e il taglio a poppa, i lacci che fermavano le pezze, s’incrociavano agli stinchi». Disavventure di questo tipo, grazie a Dio, non se ne verificano più al giorno d’oggi sui Nebrodi. I paesi del Parco e le aziende agrituristiche sono attrezzati per accogliere degnamente gli ospiti. Il tempestivo uso degli spazzaneve, fa sì che le strade di montagna possano esser percorse anche con la pista ghiacciata, sempre che si abbia l’accortezza di portasi dietro le catene. Il sopraggiungere di una nuova nevicata può essere, semmai, uno spettacolo piacevole per un cittadino della costa. Sarebbe quindi un errore imperdonabile rinunciare a godersi la gradevole visione degli aguzzi campanili medievali, dei faggi e dei tassi ricoperti di neve, per tema di pericoli inattuali. Le cotiche di suino nero, volendo, si possono gustare sott’aceto, assieme al salame di Sant’Angelo di Brolo, tra gli antipasti serviti in una delle tante barracche, di cui sono disseminate le contrade dei Nebrodi, dall’area dei coltivi (in mezzo ai noccioli e agli ulivi saraceni) ai pascoli d’alta quota di Portella Gazzana e alle porte di Floresta. A proposito di barracche (ma sarebbe più corretto chiamarle barracchi), forse non tutti sanno che queste tipiche trattorie rurali che adesso conferiscono un tocco di esclusività all’offerta gastronomica del Parco, sono il precipitato storico di un’avventura bucolica cominciata molti anni fa quando, un pastore dei Nebrodi, zampitti ai piedi e rigorosamente coperto da pelli di capra, fu costretto ad abbattere una pecora che, precipitando in un burrone, si era rotte due gambe. Aguzzando l’ingegno, il nostro trovò il modo di rifarsi, sia pure in parte, del danno subito, cucinando alla brace la carne murtizza, per servirla ancora fumante, per pochi spiccioli a rotulu, ai mercanti che transitavano nella trazzera, ai bordi della quale il gregge faceva màrcatu. Mai trovata fu più geniale! Da quel momento non ci fu più giorno senza che un viandante sostasse in quel màrcatu con la speranza di abbuffarsi di saporite costolette di carne di pecora, che gli incompetenti chiamano castratu. Ma, siccome gli ovini (come i bovini e i suini) si rompono le gambe ad ogni morte di papa, spesso e volentieri il povero pastore poteva somministrare ai viandanti solo pane duro e caciotta, fatta però come Dio comanda, con la tecnica documentata da una fotografia di Mastrilli. Con tutto ciò, gli affari prosperarono al punto che, venuto il giorno della tosa degli ovini, l’allevatore decise di uccidere non una, ma due pecore (strippi, naturalmente), per far partecipare al rituale banchetto – a suon di zufolo, marranzano e tamburello, e a base di costolette, vintrischi, stigghiola e sangunazzu – non solo i tosatori e i loro parenti d’ambo i sessi e d’ogni età, che raccoglievano la lana, ma anche gli ospiti paganti, anticipando così di quasi due secoli l’era della ristorazione agrituristica. E quando, l’anno dopo, quel furbacchione tornò a fare màrcatu nello stesso posto, fece in modo di arrivarci con un maggior numero di pecore, agneddi e crasti, e di portarsi, oltre ai soliti stigghi (quadari, cischi, cazza, zimmila, fasceddi, cavagni, firlizzi e tavuleri), anche una bella muschera (zanzariera), comprata chi dice alla fiera di San Fratello, chi in quella di Sant’Agata, per proteggere dall’assalto di muschitti e tafani la carne di pecora (macellata per gli avventori), appesa ad un ramo della più alta quercia esposta a tramontana, a cavaliere della mànnira. Il figlio, che non voleva sentire manco l’odore di pecuri, crapi, vacchi, porci e cani di mànnira, né tanto meno di transumanza e pagghiara, pascoli montani e mezzalini, anziché tenerla appesa all’albero, la muschera se la portò dentro una barracca di legno, che fu lesto a trasformare in ristoro rurale; e il suo esempio fu presto imitato da altri vistiamari pentiti. Col passare del tempo, le baracche furono demolite una dopo l’altra; nelle aree di risulta sorsero le prime trattorie in muratura, tuttora chiamate, in omaggio alla tradizione, barracchi. E bisogna riconoscere che, se i ristoranti della costa sono affollati solo nel periodo estivo, le barracche non restano vuote in nessuna stagione dell’anno. D’altronde, quando possono farlo, gli amanti degli spazi liberi non lasciano la città solo per andare a mangiare cose genuine: vogliono appagare, assieme ai bisogni del palato, anche quelli dei polmoni e dello spirito. Sono desiderosi di osservare con i propri occhi i segni del risveglio della natura a primavera, d’ascoltare il frinire delle cicale tra le fronde degli alberi, di respirare aria pulita e inebriarsi le narici di fragranze di bosco. Tutto lascia sperare che, dopo la pubblicazione delle fotografie di Gabriele Mastrilli, questi bisogni possano crescere d’intensità. Certo, gli attimi fermati da uno scatto non hanno suono; ma possono evocare il mormorio dell’acqua che scorre tra i ciottoli di un limpido ruscello, o il canto degli uccelli che nidificano nella rigogliosa faggeta in cui è incastonato il lago Maulazzo. Non hanno odore; ma come non sentirlo, se ti soffermi un momento ad osservare una foto che riproduce due splendidi ciclamini o una contrada con vari arbusti di ginestra in fiore? Non hanno lingua; ma sono dotati di un linguaggio che poi ciascuno decodifica secondo la propria cultura. Il pensiero di un anziano che abbia trascorso i suoi anni verdi in campagna non vola, forse, all’inchiostro che preparava da bambino, se osserva l’immagine (ripresa con la tecnica della macro-fotografia) di pochi petali di papavero cosparsi di rugiada? Si può forse restare indifferenti, ammirando la fotografia di uno scorcio di vicolo scalcinato e ammuffito con tanto di VENDESI sulla porta sgangherata di una catapecchia? Se, poi, colui che contempla la stessa immagine è un cultore di storia del Risorgimento, può non associare quella scena di miseria da terzo mondo alle rivolte dei birritti di Bronte e Alcara Li Fusi che nel 1860 fecero strage dei cappeddi, usurpatori delle terre pubbliche? Persino la foto del lippu di li cersi (lichene della quercia) ha qualche storia da raccontare, se è vero che – come ha scritto Giuseppe Pitrè – si somministrava sotto forma di ostia alle ragazze senza mestruo, con l’illusoria speranza di restituirle alla normalità. Storia, certo minore, umile, perché contadina, ma pur sempre storia dell’uomo. Storia di una civiltà che sapeva apprezzare i doni del Creato, storia di una cultura, ai cui valori si può ancora attingere a piene mani, se vogliamo impedire che il mondo diventi un’immensa pattumiera e che la cavalcata selvaggia del cemento non completi la sua opera di distruzione delle risorse naturali e dei segni antropici, impressi come cicatrici nel territorio. 
Ma, a prescindere da ogni possibile decodifica, le fotografie di Mastrilli, se non raccontano tutto sull’ambiente dei Nebrodi, offrono a chi vi si accosti un ottimo campionario delle risorse esistenti. La documentazione del cielo stellato ci restituisce l’immagine di una luminosità insospettata… in una notte illune. L’uso sapiente della tecnica fotografica ha consentito all’autore di mostrare a tanti cittadini (che dopo il tramonto non hanno mai goduto di altra illuminazione oltre a quella artificiale) un paesaggio notturno alberato, su cui proiettano la loro luce varie costellazioni, splendide stelle solitarie e persino la Via Lattea, che da millenni eccita la fantasia delle popolazioni rurali. Per alcuni siciliani essa si chiamerebbe così perché formata «da alcune gocce di latte di Maria cadute viaggiando su questa terra, e rimaste in cielo per volontà di Dio». Per gli abitanti dell’ex contea di Modica era lu violu di San Jabicu (il viottolo di San Giacomo); per altri isolani la scala di San Jabicu di Galizia, «una scala formata da coltelli, pugnali, chiodi, spine, per la quale dee salire l’anima del defunto, in una sola notte se egli muore di notte, in un solo giorno se egli muore di giorno». Le numerose fotografie scattate al massiccio roccioso delle Rocche del Crasto, tra le cui guglie aguzze nidifica la rarissima Aquila reale, la dicono lunga sulle emozioni provate dall’autore. L’impatto non può essere, del resto, più suggestivo. A differenza del Monte Soro e della stessa Serra del Re (1754 m s.l.m.), caratterizzati da profili e declivi addolciti, le Rocche del Crasto presentano pareti ripide e dirupate, che alla luce del sole si tingono di un rosa evocativo delle rocce dolomitiche, interrotto qua e là dall’ombra delle increspature e dalla vegetazione rupestre. Sulla parte sommatale si ergono le cime di Pizzo San Nicola (1316 m), Rocca che parla (1252), Piano del Lupo (1248) e Pizzo Corvo (1109 m). Oltre all’Aquila reale, vi nidificano anche quella del Bonelli, il Gheppio, la Poiana, la Taccola e il Corvo imperiale. Fino ai primi anni ’60 del secolo scorso era il regno dei Grifoni, maestosi avvoltoi con tre metri di apertura alare (conosciuti come Vuturuna), che ripulivano le carcasse abbandonate, comprese quelle di Lupo, specie scomparsa nel secolo scorso, di Capriolo, i cui ultimi esemplari furono abbattuti nel 1870, e di Gufo reale, del quale non c’è più traccia dal 1950. Poi, i cacciatori ebbero l’infelice idea di sterminare le volpi con bocconi avvelenati alla stricnina. Il risultato fu «che i Grifoni si cibarono delle carogne delle Volpi avvelenate e perirono tutti o quasi […], solo uno o forse due si salvarono dall’assurdo eccidio». Degna di lode è, quindi, l’iniziativa degli amministratori del Parco, che hanno reintrodotto gli insostituibili spazzini dell’ambiente; ma anche la tenacia di Gabriele Mastrilli, che ha documentato l’ottimo inserimento nell’ambiente dei Nebrodi di quei grossi pennuti, che le popolazioni locali chiamano sempre Vuturuna. 
Ad ogni buon conto, non può esser sottaciuto che, per la varietà di ecosistemi e nicchie ecologiche, il Parco dei Nebrodi ancora conserva un patrimonio faunistico di tutto rispetto. A parte i rettili (tra cui la Biscia del collare e la Tartaruga palustre), gli anfibi, gli insetti e i pesci d’acqua dolce, notevole rimane la presenza della Volpe, dell’Istrice, della Lepre, del Coniglio selvatico, della Donnola, del Moscardino e del Topo Quercino; e si riscontrano anche esemplari ad altissimo rischio d’estinzione, come il Gatto selvatico, il Ghiro e la Martora. Nei cieli del Parco continuano a volare lo Sparviero, il Nibbio reale e diverse specie di Falco (dal pellegrino, al lodolaio a quello delle paludi); di notte cacciano come prima la Civetta, l’Assiolo, l’Allocco e il Barbagianni. Tra gli altri volatili meritano di esser segnalati il Cuculo, la Capinera, il Verdone, l’Upupa, il Picchio rosso maggiore, il Pettirosso, la Beccaccia, la Gallinella d’acqua, la Folaga, il Germano reale, il Merlo acquaiolo, il Martin pescatore e altre specie acquatiche. Certo, l’autore ha potuto documentare solo una parte del patrimonio naturalistico del Parco, ma sicuramente la più significativa. Con lo stesso approccio si è rapportato ai segni antropici: dal paesaggio costruito alla cultura materiale, al patrimonio architettonico e figurativo, ai rifugi pastorali, alle feste paesane, nelle quali è spesso difficile distinguere il sacro dal profano. Tra le manifestazioni primaverili Mastrilli ha fotografato alcune scene della Festa dei Giudei di San Fratello (ridente paesino adagiato ai piedi di una caratteristica rocca), che alla cultura del Parco aggiunge una gaia nota di esotismo per il colorito dialetto gallo-italico dei suoi abitanti, il rustico cavallo sanfratellano, allevato allo stato brado e catturato ancora con il laccio, come nei film sul Far West, e per i riti del Giovedì e del Venerdì Santo, la Festa dei Giudei, appunto, una strana mistione di religiosità popolare e di sfrenatezze orgiastiche. 
La processione delle varette con i Misteri della passione di Cristo è platealmente disturbata dai Giudei, contadini e pastori che recitano la parte degli uccisori del Nazareno. Indossano un costume giallo con ricami variopinti, stretti mocassini ai piedi, uose lavorate in seta e perline; sul capo un cappuccio rosso ed elmetto. «La parte del cappuccio – nota Nino Buttitta – forma una maschera grottesca: due lunghi e arcuati tratti neri segnano le sopracciglia, un pezzo di pelle e di stoffa, anch’esso nero, rappresenta la lingua che scende pensoloni dal disegno della bocca». Sull’elmetto «sono dipinti motivi tratti dalla simbologia cristiana o da quella popolare, come croci, pesci, cuori, fiori intrecciati, aquile, falci di luna, corni rossi. Sotto di essi corrono brevi frasi quali: “W la Giudea” oppure “Amo te”, “Sempre uniti”, “W l’amore” o anche “W il cuore di Gesù”». Travestiti così, i Giudei fanno un baccano infernale: corse, salti, sgambetti, prove di equilibrismo, canti, rumore di catene, squilli di tromba per tutto il tempo della processione. Nessuna meraviglia, però: la dimensione orgiastica della manifestazione evoca l’eterna trepidazione dei contadini per la sorte del seme di grano affidato alla Madre Terra; tende a propiziare, con i suoi riti arcaici (nei quali l’Eros assolve al ruolo di rifondazione del Cosmos), un buon andamento del ciclo produttivo agricolo e la sopravvivenza dell’uomo.
Alla vicenda del grano allude pure la festa solstiziale del Muzzuni di Alcara Li Fusi, anch’essa documentata da Mastrilli. Il segno più esplicito è indubbiamente costituito dalla presenza dei cosiddetti Giardini di Adonis, semi di cereali fatti germogliare al buio, peraltro connotativi anche dei riti della Settimana Santa. La festa, tutta locale di Alcara, cade il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista; nello stesso periodo la civiltà ellenica celebrava le Adonie. Quel giorno l’intero popolo di Alcara, contadini, pastori, uomini, donne, vecchi e bambini si ritrovano insieme nei diversi quartieri per far festa e cantare. Le finestre espongono lenzuola ricamate, cutri (coperte) di lino, bianchissime, lavorate all’uncinetto, e pizzare (tappeti) multicolori, con intreccio a mennula, a strisci o a resca di pisci, che le donne tessono con il telaio della nonna. Sopra un tavolo, collocato in un angolo della strada e adorno di coperte ricamate, un altarino; a terra una pizzara, fiori intrecciati con spighe di grano e piante ornamentali; accanto alcuni firlizzi (sgabelli di ferula). L’atmosfera rimane sospesa, finché non arriva una bella ragazza che regge ‘u Muzzuni, una brocca con il collo mozzo (simbolo di San Giovanni decollato, e ancor di più della fecondità del solstizio d’estate), adorna di ori antichi, dalla quale fuoriescono spighe e pallidi germogli di cereali. Appena la «sacerdotessa» depone l’ingombrante simbolo fallico, amici e parenti intrecciano i due mignoli come anelli di catena, e recitano in coro:
Iriteddu facìtini amari,
chì nni facemu cumpari;
nzoccu avemu nni spartemu 
e giammai nni sciarriamu.
Cumpari, cummari semu e ristamu,
quannu veni la morti, nni sciarriamu.
(Piccolo dito fateci amare,/ché ci facciamo compari;/ ciò che abbiamo ci dividiamo/ e giammai litighiamo./ Compari, comari siamo e restiamo,/quando viene la morte ci separiamo.)

Seguono canti assolo e corali, brindisi spensierati. Canti di fidanzamento, di guerra e di emigranti. Canti della mietitura, cori di braccianti, tramandati di padre in figlio. Canti arcaici, innaffiati di buon vino, offerto a profusione anche ai forestieri. È festa genuina. Un sincero inno alla vita, che nessuno sa più intonare con la stessa gaiezza della gente di Alcara.C’è da chiedersi, a questo punto, perché la festa del Muzzuni (come i riti della Settimana Santa a San Marco d’Alunzio, a Longi, a Randazzo, a San Fratello e in molti altri paesi dei Nebrodi) continui a ripetersi con modalità così arcaiche, altrove scomparse. All’interrogativo ha risposto da par suo Nino Buttitta: «perché qui il ritmo dell’esistenza si accompagna ancora alla vicenda sotterranea delle sementi, nell’attesa che la terra si apra a dare nuovi frutti». Grazie, allora, a Gabriele Mastrilli, che con le sue artistiche fotografie ha dato l’occasione a chi scrive di ricordare alle nuove generazioni che le apparenti stramberie dei vecchi contadini erano in realtà strategie di sopravvivenza, segni di autentica devozione alla Madre Terra, generosa nutrice dell’umanità. Un plauso è inoltre dovuto al dottor Antonino Ceraolo, Commissario del Parco dei Nebrodi, e all’editore Fabio Orlando, che mostrano di voler scommettere su questo giovane documentarista ambientale, motivato e di belle speranze. 
Palermo lì 7 novembre 2008 Giuseppe Oddo studioso di cultura del territorio

Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Gennaio 2015 17:01